“I sogni sono inviati da un dio, ma sono plasmati dall’anima di ciascuno di coloro che li vedono: e il dio è l’orchestratore della loro natura, ma noi stessi siamo gli artefici del loro aspetto.” – Giamblico, Storie babilonesi
Cos’è Eldorado? Un’illusione. L’illusione che un luogo simile all’Eden potesse essere reale, il sogno di una città ricoperta d’oro dove l’uomo si crede un dio. Illusione, vanità, ricchezza, bellezza. Un mito, come la città di Atlantide, che proprio per la sua natura illusoria e fantastica può allora essere evocato e collocato ovunque. Quando immagino Eldorado, penso per prima cosa all’oro. Ad un luogo dorato, splendente, opulento. Immagino processioni di uomini e donne, offerte a divinità crudeli e bellissime. La mia volontà era quella però di evocare le suggestioni legate ad antiche leggende, scenari esotici e iconografie mitologiche all’interno di uno scenario reale, realistico, contemporaneo, urbano. In questo caso, suburbano. Come fossero dei resti di un’antica città ritrovata sotto terra, ho ambientato Eldorado in una u-bahn di Berlino.
Eldorado è un sogno che era dentro di me da tanto tempo, ma erano stimoli e suggestioni che necessitavano di trovare una forma e una concretezza. E questa forma è stata modellata durante la mia permanenza a Berlino. Qui, le immagini che avevo in testa di divinità simili alla dea Kalì, di templi dorati e di stanze orientaleggianti piene di odalische si sono fuse con l’atmosfera con lo stile di Berlino. Si sono fuse con Klimt e con l’immaginario dell’Art Noveau, con il suo esoterismo e simbolismo. Ho immaginato una Luna circondata e venerata da emissari del Sole, e che queste scene si svolgessero in un luogo che fosse fantastico come la città di Eldorado ma allo stesso reale e tangibile. Ho cercato un legame e un dialogo tra i miti di un passato splendente e tra i cupi scenari urbani berlinesi, tra cultura orientale e occidentale, tra sogno e realtà. Per me
Eldorado esiste, perché l’ho sognato.
CREDITS:
Models: Anna (@aufiderzein__) and Saule Kajokaite (@saule.kj)
Stylist: Alfonso Maria Nava (@almana.clothing)
Assistant: Giulia Sparaciari
“Dreams are sent by a deity, but are shaped by the soul of each of those who see them: and the deity is the orchestrator of their nature, but urselves are the artisans of their aspect.”– Giamblico, Babyloniaca
What is Eldorado? An illusion. The illusion that a place similar to the Eden could be real, the dream of a city surfaced of gold where man feels as a deity. Illusion, vanity, richness, beauty. A myth, like Atlantis, that just for its illusive and fantastic nature could be now evoked and placed everywhere. When I imagine Eldorado, firstly I think about gold. About a shiny, opulent and golden place. I imagine processions of women and men, offers to cruel and beautiful deities. But my will was to evoke suggestions related to ancient legends, exotic scenaries and mythological iconographies inside a real, contemporary and urban context. In this case, a suburban context. As if they were the ruins of an ancient city found underground, I placed my Eldorado into a berliner u-bahn. Eldorado is the dream that was inside for a long time, but they were ideas and suggestions that needed to find a form and substance. And this form was modeled during my permanence in Berlin.
Here, the images I had in my head about deities like goddess Kali, about golden temples and oriental-style rooms full of odalisques, have merged with the atmosphere and culture of Berlin. They have merged with Klimt and Art Noveau imaginary, with its esoterism and symbolism. I imagined the Moon surrounded and venerated by Sun emissaries, and that these scenes were held in a place that was fantastic as Eldorado but at the same time real and tangible. I looked for a legacy beetween the myths of the past and the gloomy urban scenaries of Berlin, beetween oriental and occidental culture, beetween dream and reality. Eldorado exitsts to me, because I dreamt it.
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Models: Anna (@aufiderzein__) and Saule Kajokaite (@saule.kj)
Stylist: Alfonso Maria Nava (@almana.clothing)
Assistant: Giulia Sparaciari
“I sogni sono inviati da un dio, ma sono plasmati dall’anima di ciascuno di coloro che li vedono: e il dio è l’orchestratore della loro natura, ma noi stessi siamo gli artefici del loro aspetto.” – Giamblico, Storie babilonesi
Cos’è Eldorado? Un’illusione. L’illusione che un luogo simile all’Eden potesse essere reale, il sogno di una città ricoperta d’oro dove l’uomo si crede un dio. Illusione, vanità, ricchezza, bellezza. Un mito, come la città di Atlantide, che proprio per la sua natura illusoria e fantastica può allora essere evocato e collocato ovunque. Quando immagino Eldorado, penso per prima cosa all’oro. Ad un luogo dorato, splendente, opulento. Immagino processioni di uomini e donne, offerte a divinità crudeli e bellissime. La mia volontà era quella però di evocare le suggestioni legate ad antiche leggende, scenari esotici e iconografie mitologiche all’interno di uno scenario reale, realistico, contemporaneo, urbano. In questo caso, suburbano. Come fossero dei resti di un’antica città ritrovata sotto terra, ho ambientato Eldorado in una u-bahn di Berlino.
Eldorado è un sogno che era dentro di me da tanto tempo, ma erano stimoli e suggestioni che necessitavano di trovare una forma e una concretezza. E questa forma è stata modellata durante la mia permanenza a Berlino. Qui, le immagini che avevo in testa di divinità simili alla dea Kalì, di templi dorati e di stanze orientaleggianti piene di odalische si sono fuse con l’atmosfera con lo stile di Berlino. Si sono fuse con Klimt e con l’immaginario dell’Art Noveau, con il suo esoterismo e simbolismo. Ho immaginato una Luna circondata e venerata da emissari del Sole, e che queste scene si svolgessero in un luogo che fosse fantastico come la città di Eldorado ma allo stesso reale e tangibile. Ho cercato un legame e un dialogo tra i miti di un passato splendente e tra i cupi scenari urbani berlinesi, tra cultura orientale e occidentale, tra sogno e realtà. Per me
Eldorado esiste, perché l’ho sognato.
CREDITS:
Models: Anna (@aufiderzein__) and Saule Kajokaite (@saule.kj)
Stylist: Alfonso Maria Nava (@almana.clothing)
Assistant: Giulia Sparaciari
“Dreams are sent by a deity, but are shaped by the soul of each of those who see them: and the deity is the orchestrator of their nature, but urselves are the artisans of their aspect.”– Giamblico, Babyloniaca
What is Eldorado? An illusion. The illusion that a place similar to the Eden could be real, the dream of a city surfaced of gold where man feels as a deity. Illusion, vanity, richness, beauty. A myth, like Atlantis, that just for its illusive and fantastic nature could be now evoked and placed everywhere. When I imagine Eldorado, firstly I think about gold. About a shiny, opulent and golden place. I imagine processions of women and men, offers to cruel and beautiful deities. But my will was to evoke suggestions related to ancient legends, exotic scenaries and mythological iconographies inside a real, contemporary and urban context. In this case, a suburban context. As if they were the ruins of an ancient city found underground, I placed my Eldorado into a berliner u-bahn. Eldorado is the dream that was inside for a long time, but they were ideas and suggestions that needed to find a form and substance. And this form was modeled during my permanence in Berlin.
Here, the images I had in my head about deities like goddess Kali, about golden temples and oriental-style rooms full of odalisques, have merged with the atmosphere and culture of Berlin. They have merged with Klimt and Art Noveau imaginary, with its esoterism and symbolism. I imagined the Moon surrounded and venerated by Sun emissaries, and that these scenes were held in a place that was fantastic as Eldorado but at the same time real and tangible. I looked for a legacy beetween the myths of the past and the gloomy urban scenaries of Berlin, beetween oriental and occidental culture, beetween dream and reality. Eldorado exitsts to me, because I dreamt it.
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Sogni
Il Marocco, nell’immaginario collettivo e generico, viene associata ad un Paese pieno di vita, solare e luminoso. Un caleidoscopio di colori, dalle strade affollate e rumorose, attraversate da sciami di persone nei quali si possono individuare con una certa frequenza figure quantomeno stravaganti agli occhi di un turista.
Non posso negare che anch’io mi sia trovato a contemplare con una forte curiosità (e in certi casi con una certa morbosità) alcune situazioni e scenari a me nuovi. Vecchi ciechi che chiedono l’elemosina intonando canti dolenti, bambini lasciati al proprio destino fin da piccolissimi, uomini vistosamente storpi che si trascinano come sacchi, donne nascoste nei loro involucri di seta.
Ho subito capito che non mi interessava fotografare il Marocco che già conoscevo.
Quasi inconsciamente sono stato attirato, ancora una volta nella mia vita, da tutto ciò che a prima vista veniva oscurato dalla bellezza dei luoghi che visitavo.
Il mio sguardo si è posato soprattutto sulle persone in disparte, si è concentrato sulla solitudine e sulla malinconia, sulle ombre e sulle figure ambigue, nascoste.
Sulle carni dall’odore nauseante appese ed esposte ai banconi, più che sulle spezie colorate e profumate.
Sulla morte, più che sulla vita.
Tevere Art Gallery wep
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